Alex Learns Italian — Book Club · Episode 1

Long Walk to Freedom

Lungo cammino verso la libertà (Long Walk to Freedom)

Mandela racconta la sua vita: l'infanzia nel Transkei, la lotta contro l'apartheid, ventisette anni di carcere e un Sudafrica democratico. Il suo desiderio privato di libertà è diventato una richiesta per tutti: anche l'oppressore va liberato, e il cammino non finisce con la vittoria.

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01 / 30
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B1
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Lungo cammino verso la libertà (Long Walk to Freedom)

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Nel gennaio 1985 il presidente del Sudafrica ha offerto in parlamento la libertà a Nelson Mandela, in carcere da più di vent'anni. Bastava che rinunciasse alla violenza. Ha detto di no. Poche settimane dopo sua figlia Zindzi ha letto la risposta davanti a una folla a Soweto: "Solo gli uomini liberi possono trattare. I prigionieri non possono firmare contratti". Quale libertà merita un rifiuto così? È la domanda del libro.

Io sono Francesco di Alex Learns dot com. Oggi approfondiamo il libro Long Walk to Freedom di Nelson Mandela.

Nelson Mandela è nato nel 1918 nel Transkei, nel popolo thembu della nazione xhosa. Suo padre è morto presto e l'ha cresciuto un reggente thembu. Ha studiato legge, ha aperto uno studio a Johannesburg con Oliver Tambo ed è entrato nell'African National Congress. Ha combattuto l'apartheid, il sistema legale che dava il potere ai bianchi e toglieva diritti fondamentali ai neri. Ha passato ventisette anni in prigione, la maggior parte sull'isola di Robben. Nel 1994 è diventato il primo presidente eletto da tutti i sudafricani; gran parte del libro l'ha scritta di nascosto, in cella.

Tutto il libro è un cammino: comincia con il bestiame, i bastoni e le usanze del villaggio nel Transkei. Poi arriva a Johannesburg, studia legge e capisce che le umiliazioni quotidiane non sono un caso, ma un piano. Seguono le proteste, i divieti, la clandestinità e il processo di Rivonia del 1964, dove si aspettava la forca. Poi gli anni di carcere: la cava di calce, le celle fredde, le lettere che non arrivavano mai. Alla fine la trattativa, l'uscita nel 1990 e il voto dell'aprile 1994. Il viaggio, dice, è appena cominciato.

1. Mandela non è nato con il desiderio di libertà: ha imparato a desiderarla. Scrive di essere nato libero: da bambino correva nei campi vicino alla capanna della madre, nuotava nel ruscello, cavalcava tori lenti. Da studente voleva libertà piccole: uscire la sera, leggere ciò che voleva; a Johannesburg, una vita normale, un lavoro, una famiglia. Solo più tardi ha visto che nemmeno i suoi fratelli erano liberi. La libertà, dice, è indivisibile: le catene dei suoi erano anche le sue.

2. Ha imparato a guidare guardando un capo che ascoltava. Al Gran Luogo il reggente Jongintaba apriva riunioni in cui parlava chi voleva. Capo e suddito, guerriero e guaritore, bottegaio e contadino parlavano a turno, senza interruzioni. La chiama democrazia pura, anche se le donne erano cittadine di seconda classe. Dal reggente ha imparato che un capo è un pastore: sta dietro al gregge e lascia davanti i più veloci.

3. L'ANC ha lasciato la non violenza solo quando ha smesso di funzionare. Nel 1960 la polizia ha sparato su una folla disarmata a Sharpeville, uccidendo sessantanove persone; poi il governo ha messo l'ANC fuori legge. Mandela sosteneva che la non violenza era una tattica, non una regola sacra. Un dirigente ha risposto: "La non violenza non ci ha tradito; siamo noi che abbiamo tradito lei". Mandela ha vinto la discussione e hanno creato Umkhonto we Sizwe, la Lancia della Nazione.

4. Hanno scelto il sabotaggio perché faceva meno male alle persone. Hanno studiato quattro strade: sabotaggio, guerriglia, terrorismo e rivoluzione aperta. La rivoluzione era impossibile per un esercito nuovo e piccolissimo; il terrorismo avrebbe distrutto il loro buon nome. Hanno cominciato dal sabotaggio: danneggiare linee elettriche e uffici del governo, senza uccidere nessuno. Mandela voleva una lotta che permettesse a neri e bianchi di vivere insieme dopo.

5. In tribunale, aspettando la morte, ha descritto il paese che voleva. Al processo di Rivonia del 1964 ha detto al giudice di aver combattuto il dominio bianco e quello nero. Voleva una società libera, con le stesse possibilità per tutti: un ideale per cui sperava di vivere e, se serviva, di morire. Il giudice ha dato l'ergastolo, non la morte. Un imputato ha gridato la sentenza alla moglie: "Ergastolo! Vivere!".

6. Il carcere doveva rimpicciolirli e loro l'hanno trasformato in scuola. La cella era lunga tre passi e la scheda diceva "N Mandela 466/64". Il comandante diceva che la cava di calce sarebbe durata sei mesi; è durata tredici anni. Eppure i detenuti si insegnavano storia, politica e lingue e prendevano titoli di studio. Chiamavano Robben Island l'Università. Mandela ha combattuto battaglie continue per il cibo, lo studio e i pantaloni lunghi, perché perdere le cose piccole significa perdersi.

7. La sua famiglia ha pagato un conto che lui non aveva mai mandato. Scrive che ogni uomo ha due doveri, verso la famiglia e verso il popolo, e il Sudafrica impediva di rispettarli entrambi. Nel luglio 1969 un telegramma di una riga gli ha annunciato la morte del figlio maggiore Thembi, venticinque anni, in un incidente d'auto. Ha chiesto di andare al funerale e gli è stato negato. Walter Sisulu si è inginocchiato accanto al letto e gli ha tenuto la mano. La sua famiglia, dice, ha pagato un prezzo forse troppo alto.

8. Ha cominciato a parlare con il governo da solo, senza permesso. Dalla metà degli anni Ottanta ha scritto al ministro della Giustizia, Kobie Coetsee, chiedendo colloqui sui colloqui. Sapeva che i compagni avrebbero gridato al tradimento, così non l'ha detto a nessuno. Ci sono momenti, scrive, in cui un capo deve precedere il gregge. Ha rifiutato le condizioni del governo, ma credeva ancora nella trattativa, non nella guerra.

9. L'oppressore ha bisogno di libertà quanto l'oppresso. È l'argomento finale. Chi toglie la libertà a un altro, dice, è prigioniero dell'odio e di una mente stretta. Nessuno nasce odiando per il colore della pelle: si impara, e quindi si può anche disimparare. Quando è uscito di prigione nel febbraio 1990, voleva liberare entrambe le parti.

Perché rifiutare un'offerta di libertà? Perché non la vedeva più come una cosa che si tiene per sé. È cresciuta in lui dalla libertà del bambino nei campi al desiderio di una vita normale, fino alla dignità per tutti, neri e bianchi. Essere liberi, scrive, non è solo togliersi le catene: è vivere in modo da aiutare gli altri a essere liberi. Per questo non finisce con una festa, ma con un avvertimento: dopo aver salito una grande collina, restano altre colline.